Ci sono due battute che più delle altre ricordo.
La prima la recitavo a quindici anni. Ero la Regina Bianca di Attraverso lo specchio di Lewis Carroll. Mi ero scritta un breve monologo dalla prosa di Carroll, mi ero cucita il costume. Tenevo a quello spettacolo, non solo perchè Andrea veniva tutti i mercoledi alle prove, si sedeva e per due ore ascoltava.
Tengo ancora molto a quello spettacolo, non solo perchè Andrea si presentò la sera del debutto, lasciandomi senza fiato. Laura disse che non era così bello, ma per me era bellissimo, anche se non ci parlavamo e di lui mi resta un'immagine color rosasalmone, come la sua discutibile camicia.
E c'è stato anche la sera dopo ancora: l'ho intravisto in platea, è stata l'unica volta nella mia vita in cui non ho più saputo andare nemmeno a braccio, e per cinque interminabili secondi sono stata zitta, a guardarlo.
Ci tengo perchè per la prima volta dicevo delle parole che avevo pagato davvero. Perchè potevo dire che ero stramaledettamente triste e paralizzata e indecisa, potevo dirlo e la gente mi avrebbe anche ascoltata, perchè era lì per quello. Ma insieme non ero io, non ero Lavinia, non c'era da vergognarsi nel dirlo.
Ci tengo perchè sul palco c'era Airin, che mi aveva anche prestato un suo vestito.
Ci tengo perchè a quindici anni io ero strafottutamente e immensamente innamorata, senza bisogno di niente in cambio, senza giudizi, senza tremori, e avevo le mie parole, le luci, e lui seduto. E ancora non riesco a buttare i vestiti che ho indossato nei giorni che meglio ricordo.
Ci tengo perchè di recente, in un altro spettacolo, ho di nuovo indossato la gonna che mi ero cucita per la Regina Bianca. Dieci anni dopo, dal palco della scuola a un teatro milanese.
Ci tengo e spesso mi ricordo le parole della mia Regina Bianca. Quando dicevo la battuta, immaginavo di dirla a me stessa:
Tu devi essere molto felice, vivendo come una regina e sforzandoti di essere contenta tutte le volte che ti riesce. Io ci provo spesso, ci provo in avanti e all'indietro, ci provo con tutte e due le mani, ma non mi riesce mai di ricordare la regola! Quando sarai triste, pensa che vieni da lontano. Pensa che sei una bambina già grande, e pensa a quanta strada hai fatto oggi!
E poi c'è un'altra battuta.
E' il 2001. Le torri gemelle sono cadute. Per una settimana a settembre ho pensato giorno e notte alle poesie di Heine, di Brecht, a tutta la letteratura tedesca più truce, penso che il mondo mi sta cadendo in testa, che moriremo e che io non avrò neanche avuto un figlio.
(Poi non muoio, arriva l'11 di Marzo di Madrid e io allora penso a Cesare Pavese quando dice che ogni cadavere chiede conto a tutti quelli che sono rimasti in vita, e a Ungaretti quando dice che la morte si sconta vivendo).
Nel 2001 approdo a Pavia. Abbandono i tacchi alti e i vestiti alla Iva Zanicchi (cosa non si fa per distinguersi) e a cavallo di un paio di stivali rossi in latex comprati a berlino inforco Strada Nuova, mi cibo dei panini dell'urfido, mi innamoro ogni tre giorni, consumo i libri come se fino a quel momento non avessi mai letto una riga.
Nel 2001 frequento il primo anno della scuola di teatro seria e definitiva. Sono la più piccola, per tutti sono Lavinia-che-fa-i-cerchi-nell'aria. Assisto a un'improvvisazione di G.: vestito di bianco, alla luce di qualche lumino Ikea, con il sottofondo di Ray Charles, mi fa capire che sarebbe bello che un uomo avesse quello sguardo negli occhi, per me. G. a volte mi tiene la mano, dormiamo anche
moltovicini, mi dice sempre
Ciaopiccola, ma di uno così io non so innamorarmi. Qualcosa in lui è troppo preciso, e mi schiaccia, non mi lascia aria nè spazio per correre.
In quei mesi mi attacco a M.
Lui è grande, nero, corpulento, colorato. Lui fa il sindacalista. Lui mi sorride, mi ascolta, mi telefona, mi capisce. Lui ed E. si innamorano sotto i miei occhi, certo solo io li vedo, certo loro hanno scelto di essere visti solo da me, e io sono
cosìfelice..
Prepariamo insieme il provino di ammissione al secondo anno. Quel giorno io ho due esami di storia moderna. Signorina un argomento a scelta. L'Olanda, terra che spazza via il mare e accoglie tutti quelli che l'Europa non voleva. A volte le parole non so neanche io dove le prendo. Trentaelodetrentaelode. M- mi aspetta ai provini, quando lo chiamo per dirglielo mi dice una delle cose più buffe e più belle mai dette: tu non sei una ragazza, sei un mastino.
Al provino io so chi sono, e cosa devo fare.
Bernard Marie Koltès, ho scelto. Franco-algerino morto di AIDS e pochissimo studiato, con immagini gloriose e visionarie.
Se mi sentissi accanto a una persona così giusta come ci si sente a volte mentre si sta sul palco.
Quell'anno, E., la mia maestra di sempre, ci fa mettere in scena la Giovanna d'Arco di Anhouil. M. è il grande inquisitore, noi ragazze, a turno, siamo tutte contadine, tutte Giovanna.
Sono vestita di bianco. Quando replichiamo a settembre, in cascina, sono a piedi nudi sulla terra battuta di un fienile. Il freddo mi ha reso i piedi rigidi e bianchi, il resto del corpo è rovente. Sono sudata, corro, rompo una sedia lanciandola contro il muro.
(A fine spettacolo per prima cosa vado a offrirmi di risarcirla, non pensavo di averci messo tanta forza)
Poi mi giro verso il pubblico. Ho i capelli incollati alla schiena, li sento.
Vado avanti.
Tutti sono fermi immobili, tesi.
A me sembra che qualcosa che non sono io stia uscendo da me.
Arrivo al limite del fascio di luce, poi lo dico:
E' troppo grande per me tutto questo.
E le verità che ne discendono, dunque, sono due:
1) che a quindici anni io ero molto più coraggiosa
2) che io c'è sicurezza di dire e di essere in toto quando la gente si è seduta e ha pagato per ascoltarti