Gentile Professore,
non studio presso il suo ateneo ma in quanto studentessa sento il dovere di ringraziare Lei e i colleghi che si sono esposti circa l’opportunità dell’intervento del Papa in apertura dell’anno accademico: né buoni né cattivi maestri ma professionisti che hanno dimostrato di difendere con coerenza gli sforzi di un operato accademico e di una ricerca –non solo scientifica- che viene sempre più spesso delegittimata subdolamente attraverso una propaganda etica reazionaria e mistificante.
Ho conseguito la laurea presso l’Università di Pavia, dove ho appassionatamente sperimentato, per la prima volta nella mia vita, un senso di appartenenza civile e morale ad un patrimonio comune che, nell’interazione tra studenti e corpo docente, sapeva farsi condivisione e sviluppo per il nostro futuro.
L’Università mi ha permesso di sentirmi partecipe di un’imprescindibile collettività, fattiva e non utopistica, che andrò sempre ostinatamente cercando nelle istituzioni e nei rapporti con la società: ritengo questo l’insegnamento più grande e più prezioso per una generazione, la mia, che sembra perdersi nel disfattismo e nel vuoto.
Ritengo che il vostro intervento abbia, purtroppo, perso parte della sua radicalità venendo ricoperto da polemiche smisurate: non abbiamo più bisogno né idoli, né eroi, né nuove ideologie totalizzanti- basterebbe, discreta ma ferma, la presenza di un’alternativa che ridesse dignità e freschezza ai valori della coerenza e dell’onestà intellettuale, sdoganandoli da vecchi e polverosi discorsi che ci sottraggono lo sguardo sull’oggi e rischiano di ridurci, illusi e impotenti, all' anacronismo.

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