'Dimmelo ora, prima che ti spacchi questo cazzo di piatto sulla testa'.
Ecco, la lettura di questo libro è stata catartica.
Non solo perchè Anne Fine è un'operatrice sociale e da quando io sono bambina non fa altro che pubblicare libri che chiaramente la guariscono dal burn out ciclico. Ma anche perchè questa storia mi somiglia, più di altre storie.
Il problema di fare quello che in coscienza ci si sente o di far soffrire gli altri. Il problema di sentirsi tutte le responsabilità del mondo sulle spalle: sbagliando, perchè cosi facendo si toglie agli altri di fare la loro parte.
La necessità di dire sempre la verità, anche quando ci vuole tempo per riconoscerla e quindi dirla.
La convinzione che i veri rapporti siano al di là di tutto, incorruttibili e sempiterni.
E' stata catartica quella frase là in cima, come sempre c'è una battuta cardine che per te da senso a tutto un copione. Quella frase ha dato senso a tutto un libro e a molta della mia esperienza: perchè io non sono mai riuscita a dirla.
Se l'avessi detto, avrei segnato uan differenza tra il prima e il dopo.
Avrei avuto il coraggio di dire che alcune cose possono rompersi, che ci sono delle aspettative e che quando queste vengono tradite chi resta deve farsi delle domande se vuole ricominciare.
Avrei dato un segnale, un confine, una barriera.
Io invece trovo, e forse sbaglio, che sia ingiusto farlo. Quindi tendo a osservare e poi decidere. Non potrei mai dire 'se fai questo ti spacco il piatto in testa': non appena riconosco che potrei farlo, che potrei aver voglia di spaccare un piatto in testa a qualcuno, specie se è qualcuno a cui io voglio bene, cancello il pensiero.
Permetto che sia fatta qualunque cosa, poi prendo le distanze opportune e attendo una contromossa ragionevole e responsabile, che nella maggior parte dei casi non arriva perchè quando ho permesso all'altra persona di arrivare troppo in là, quando il piatto non ha fermato il tutto, ormai evidentemente è tardi.
Il risultato è che preferisco soffrire le assenze, gli allontanamenti e le perdite che la violenza. Solo che la violenza è fisiologica alla vita, dalla nascita. Ma mi da fastidio, è destabilizzante antiestetica e poco edificante. Probabilmente molto umana, ma perchè mai dovrei fingere di essere fragile come tu mi vuoi?
Penso che nessuno, tra quelli che leggono qui e tra quelli che non leggono, possa dire che io abbia mai avuto scoppi d'ira reali, catastrofici e incontenibili. Il che è stato definito 'your british way of behaving', il risultato di un'eccessiva educazione, 'le tue cazzo di teorie buddhiste', 'tu sei una che tanto sopravvive sempre'.
Io non trovo che ci sia molto da etichettare o psicanalizzare: semplicemente, non mi piace un mondo in cui le persone che si amano devono minacciare la spaccatura delle stoviglie sui capi.
Ma ho capito che sarebbe un mondo più efficiente, e che mi fa soffrire di meno.
Perchè le persone capirebbero. Più in fretta. E resterebbe il tempo di risanare le cose.
Tutto quello che io faccio, pur ritenendolo appositamente collaborativo e non violento, evidentemente è più distruttivo di un piatto in testa.
Negramaro, mentre tutto scorre.

2 commenti:
Già, ma quei pensieri che si ingoiano non si accumulano poi?
Mah, in realtà no.
So che non mi sono spiegata bene, è che sento che sarebbe meglio PER GLI ALTRI se io minacciassi prima di prendere le mie decisioni.
E' che io lo trovo mortificante per me e per tutti, quindi non lo faccio, ma nel non farlo succede che poi i rapporti anzichè essere più equilibrati come io penso che dovrebbero essere, si spezzano.
Posta un commento