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giovedì 11 ottobre 2007

S.


Nella mia vita una cosa è certamente riuscita: i miei rapporti con Sartre. In più di trent'anni, solo una volta ci siamo addromentati in disaccordo. Questa lunga unione non ha attenuato l'interesse che le nostre conversazioni ancor oggi suscitano in noi; un'amica ha notato l'attenzione con cui, sempre, ciascuno di noi ascolta l'altro. D'altra parte i nostri pensieri si sono così assiduamente criticati, corretti, sostenuti a vicenda, da diventare comuni a entrambi. Abbiamo dietro di noi uno stock indiviso di ricordi, di conoscenze, di immagini; per afferrare il senso del mondo disponiamo degli stessi strumenti, delle stesse chiavi: capita spesso che uno di noi completi la frase cominciata dall'altro; se una domanda ci viene posta, ci accade di formulare insieme la stessa risposta. Partendo da una parola, da una sensazione, da un'ombra, percorriamo lo stesso cammino interiore, e arriviamo simultaneamente a una conclusione -un ricordo, un accostamento- che per una terza persona può essere del tutto imprevista.
(..)

So che sono una profittatrice, soprattutto per la cultura che ho ricevuto e le possibilità che essa mi ha dato. Direttamente non sfrutto nessuno, ma tutti quelli che acquistano i miei libri beneficiano di un'economia fondata sullo sfruttamento. Sono complice dei privilegiati e compromessa da loro, per questo ho vissuto la guerra d'Algeria come un dramma personale. Quando si abita un mondo ingiusto è inutile sperare che esista un qualunque mezzo per purificarsi dall'ingiustizia; bisognerebbe cambiar mondo, ma non ne ho il potere. Soffrire di queste contraddizioni non serve a nulla; dimenticarle, è smentirsi. Ma la conseguenza del mio atteggiamento è un grande isolamento; la mia condizione oggettiva mi taglia fuori dal proletariato, e il modo in cui vivo questa condizione soggettivamente mi oppone alla borghesia.

Quasi tutte le cose belle sono state create per i privilegiati, da privilegiati i quali, anche se hanno sofferto, hanno avuto la possibilità di esprimersi con le loro sofferenze: esse mascherano lo scandalo della sventura vera e propria.

Il fatto è che adesso conosco la verità della condizione umana: i due terzi dell'umanità ha fame. La mia specie è costituita, per due terzi, di larve, troppo deboli per la rivolta, che si trascinano dalla nascita alla morte in una disperazione crepuscolare.


(Simone de Beauvoir, epilogo a La forza delle cose)

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